

Dalla logistica della reattività a quella della resilienza: perché la stabilità dei merchant si decide attraverso la governance dei flussi fisici, dei dati e dell’involucro.
Smettiamo di valutare la qualità della logistica guardando le date sul calendario.
L’ossessione per la velocità esasperata e per la consegna entro poche ore ha strutturato un modello fragile, costoso e fondamentalmente insostenibile.
La filiera dell’e-commerce, messa sotto pressione dall’instabilità geopolitica globale, dalle spinte inflazionistiche e da una cronica carenza di manodopera, si trova oggi di fronte a un radicale ripensamento. Il 2026 sancisce il declino di una pura corsa contro il tempo a favore di una logistica progettata, trasparente e guidata dal dato, in cui l’efficienza non si misura più sull’accelerazione esasperata del singolo passaggio, ma sulla flessibilità e sulla tenuta complessiva dell’intera supply chain.
Questo cambio di paradigma trova la sua espressione più profonda nel passaggio dal concetto di Free Shipping a quello di Fair Shipping (o spedizione “onesta”). La prassi della spedizione gratuita ha svolto un ruolo storico nell’abbattere le barriere d’accesso al mercato digitale, ma ha generato un’illusione ottica pericolosa, portando il consumatore a percepire il trasporto come un servizio privo di valore economico intrinseco. Nascondere il costo reale del movimento delle merci significa semplicemente scaricarne le inefficienze operative sugli anelli più deboli della filiera.
In Italia, questo squilibrio strutturale si riflette in una flotta di veicoli commerciali con un’età media che ha raggiunto i 15 anni, specchio di una difficoltà diffusa nel rinnovare gli asset logistici. Ogni singola consegna genera mediamente 1 kg di CO2, corrispondente a un “costo ombra” ambientale di circa 10 centesimi di euro per pacco: esplicitare e governare questa complessità rappresenta l’unica via per preservare la marginalità dei merchant, trasformando la sostenibilità da concetto astratto a strategia di posizionamento economico.
Il problema centrale si concentra inevitabilmente nell’ultimo miglio, il tratto notoriamente più oneroso e delicato dell’intera rete distributiva. Molte PMI si trovano esposte a forti vulnerabilità per via della dipendenza da pochi operatori logistici. Per mitigare i rischi e stabilizzare le tariffe, le aziende più mature stanno ridisegnando la gestione dei trasporti attraverso la diversificazione dei vettori, combinando reti nazionali con operatori regionali e di nicchia. Parallelamente, l’integrazione di software AI per la gestione dinamica degli itinerari basati su dati di traffico e meteo in tempo reale consente di ottimizzare i consumi di carburante e la precisione. Questa riprogettazione si sposa con l’abbandono della consegna esclusivamente domestica a favore delle soluzioni Out-of-Home e dei locker. Consolidare i pacchi in micro-hub urbani condivisi permette di aumentare la densità di consegna e azzerare i tentativi falliti, rispondendo in modo proattivo alle nuove restrizioni sulle emissioni e sulle zone a traffico limitato nelle aree metropolitane.
La lettura strategica che promuoviamo come OICE evidenzia come l’adeguamento ai vincoli normativi del Green Deal europeo e della direttiva PPWR (Packaging and Packaging Waste Regulation) non debba essere vissuto dalle imprese come un mero adempimento burocratico, ma come una leva di ottimizzazione finanziaria. L’obiettivo dei provider di logistica conto terzi di utilizzare il 70% di materiali riciclabili per il confezionamento entro l’anno si unisce necessariamente alle politiche di right-sizing. Configurare l’imballaggio riducendo il peso dimensionale significa smettere di trasportare aria all’interno dei furgoni commerciali, abbattendo i costi di spedizione e rispettando l’ambiente. La maturità digitale di una PMI si misura anche dalla sua capacità di ottimizzare il packaging e di incrementare gli investimenti nella logistica inversa per favorire il recupero e il reinserimento dei materiali esausti nel ciclo produttivo, evitando le sanzioni legate a claim ambientali non certificati che oltre la metà dei consumatori italiani si dichiara pronta a punire.
Per le PMI, questa transizione non si traduce in un’unica scelta tecnologica, ma in una revisione progressiva dei processi logistici: dalla gestione dei dati alla selezione dei partner, dall’organizzazione del magazzino fino alla capacità di governare i resi come parte integrante del modello economico.
In termini operativi, governare i flussi logistici significa dotarsi di strumenti capaci di mostrare in tempo reale cosa accade lungo l’intera catena: disponibilità di magazzino, stato degli ordini, spedizioni, consegne e resi. Per le PMI, questo non implica necessariamente investimenti complessi, ma l’adozione progressiva di sistemi gestionali, dashboard, integrazioni tra e-commerce e magazzino e automazioni accessibili. L’obiettivo è prevenire ritardi, ridurre errori di inventario, ottimizzare lo stoccaggio e rendere il magazzino meno dipendente da controlli manuali e interventi emergenziali.
I resi rappresentano oggi quasi il 17% delle vendite annuali e costituiscono una vera e propria emorragia per i margini di profitto se non gestiti in modo sistemico. Per questo, la logistica inversa deve diventare un processo pianificato e tracciabile, non un’eccezione da gestire manualmente. Etichette digitali, procedure di controllo, flussi di rientro organizzati e aggiornamento rapido dell’inventario permettono di riclassificare subito la merce, ridurre i tempi di fermo e rimettere i prodotti disponibili nel ciclo di vendita. In questo modo, il reso smette di essere soltanto una perdita operativa e diventa un’occasione per migliorare efficienza, servizio e relazione con il cliente.
Luca Alberigo – Presidente dell’OICE e Managing Partner & CDO di GBS Group