
Un giorno, in uno scenario che oggi può sembrare quasi utopico, ma non troppo lontano dalla realtà, accade qualcosa di inatteso: scopri che l’Intelligenza Artificiale, che hai utilizzato fino al giorno prima per automatizzare attività, accelerare decisioni e supportare clienti, improvvisamente non è più disponibile.
Ed è in quel momento che emerge un rischio a cui, probabilmente, nessuno sta pensando seriamente: rendersi conto di quanti processi aziendali dipendono da un sistema che l’impresa non controlla.
Il blocco dei modelli Fable 5 e Mythos 5 di Anthropic, avvenuto a seguito di una direttiva del governo statunitense legata a ragioni di export control e sicurezza nazionale, rappresenta un passaggio simbolico. Non perché due modelli siano diventati indisponibili. Ma perché, per la prima volta in modo così evidente, molte imprese hanno potuto osservare che l’accesso a una tecnologia AI avanzata può essere modificato o, persino, interrotto da una decisione presa fuori dal perimetro dell’azienda.
Questo è il vero punto.
Per anni abbiamo raccontato l’adozione dell’AI come una questione di scelta: quale modello usare, quale piattaforma integrare, quale abbonamento attivare, quale workflow automatizzare… Ma se una tecnologia può essere improvvisamente limitata per effetto di decisioni geopolitiche, allora siamo davanti a un’infrastruttura critica. E quando una tecnologia diventa infrastruttura critica, la domanda deve necessariamente diventare: “quanto ne siamo dipendenti?”
Secondo quanto comunicato da Anthropic, il governo statunitense ha emesso una direttiva di export control per sospendere l’accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5 da parte di cittadini stranieri, sia negli Stati Uniti sia all’estero. La conseguenza operativa è stata la disabilitazione dei modelli per tutti i clienti, così da garantire una conformità immediata alla direttiva.
La notizia è stata letta da diversi osservatori come un segnale della crescente trasformazione dell’AI in terreno di competizione internazionale. Non si tratta più soltanto di regolare gli usi dell’Intelligenza Artificiale, ma di decidere chi possa accedere a determinati livelli di capacità computazionale, modelli avanzati, infrastrutture e conoscenza tecnologica.
È un passaggio che si collega direttamente a una riflessione già avviata da OICE nell’articolo “Mentre le PMI scelgono tool, gli Stati stanno decidendo chi controllerà l’AI”, in cui abbiamo evidenziato come l’Intelligenza Artificiale si stia affermando come una vera e propria infrastruttura geopolitica.
Quel ragionamento oggi diventa concreto: un modello può essere rimosso, limitato o reso indisponibile per ragioni che non dipendono né dall’impresa che lo utilizza, né dal suo fornitore diretto.
Per le PMI italiane, il punto non è stabilire se sia giusto o sbagliato utilizzare modelli americani, europei, proprietari o open source. Sarebbe una semplificazione poco realistica.
Il tema reale è più scomodo: molte imprese stanno progressivamente costruendo parti della propria efficienza operativa sopra infrastrutture che non possiedono, non controllano e non possono garantire nel tempo.
L’AI viene introdotta in azienda per molteplici motivi e, in ciascuno di questi casi, il beneficio immediato è evidente: riduzione dei tempi, maggiore produttività, supporto a team piccoli, accesso a competenze prima difficilmente disponibili.
Se, tuttavia, l’intera operatività viene costruita attorno a un unico modello AI, l’impresa sta diventando, giorno dopo giorno, dipendente dalla tecnologia.
Fino a qui, tutto sotto controllo: ogni impresa dipende da fornitori, software, piattaforme e servizi. Questa soggezione, tuttavia, diventa critica quando l’azienda non sa più distinguere quali processi può sostituire, quali dati può recuperare, quali competenze mantiene internamente e quali alternative può attivare in caso di interruzione.
La lettura che proponiamo come OICE è che l’AI debba essere osservata con le stesse categorie con cui un’impresa matura osserva una supply chain.
Nessun imprenditore considererebbe solida una filiera fisica fondata su un unico fornitore non sostituibile, localizzato in un’area esposta a rischi geopolitici, con costi variabili, condizioni modificabili unilateralmente e nessun piano alternativo.
Eppure, nel digitale, molte imprese stanno facendo esattamente questo.
Costruiscono flussi di lavoro, contenuti, automazioni, archivi, prompt, procedure e capacità decisionali sopra piattaforme AI esterne, senza chiedersi cosa accadrebbe se quelle piattaforme cambiassero condizioni, limitassero l’accesso, modificassero pricing, riducessero prestazioni, rivedessero policy o diventassero improvvisamente non disponibili.
Per far fronte a questa situazione le imprese devono porsi una domanda:
“Quali processi dipendono da quel modello?”
Questa distinzione cambia completamente il modo di valutare l’adozione.
Perché un modello AI usato per attività esplorative, brainstorming o supporto individuale genera un certo livello di rischio. Un modello integrato nella produzione di contenuti commerciali, nella gestione del customer care, nell’analisi documentale o in un workflow decisionale ne genera uno molto diverso.
Nel concreto, significa sapere quali strumenti vengono utilizzati, da quali reparti, con quali dati e per quali finalità. Significa distinguere gli usi accessori dagli usi critici. Significa capire quali output devono essere conservati, quali dati devono rimanere portabili, quali processi devono poter essere replicati con strumenti alternativi e quali competenze non possono essere completamente esternalizzate alla macchina.
Una PMI non deve necessariamente costruire infrastrutture AI proprietarie. Sarebbe irrealistico per la maggior parte delle imprese. Ma deve costruire consapevolezza sulle proprie dipendenze.
La differenza è sostanziale.
Il caso Anthropic non va letto come un invito alla paura. La paura produce immobilismo.
Va letto piuttosto come un richiamo alla responsabilità manageriale.
L’AI continuerà a essere una leva essenziale per le PMI. Continuerà a migliorare processi, comunicazione, analisi, customer care, automazione e produttività. Ma proprio perché diventerà sempre più centrale, dovrà essere trattata come parte dell’architettura operativa dell’impresa, non come unico “asset nella manica”.
La maturità digitale consiste nel progettare organizzazioni capaci di usare l’AI senza perdere controllo.
Per ogni PMI, la questione finale è semplice e severa: quanta autonomia resta all’azienda se domani il suo strumento AI principale non è più disponibile?
È su questa risposta che si misurerà la prossima fase della AI Readiness.
Luca Alberigo – Presidente dell’OICE e Managing Partner & CDO di GBS Group